Lo Scacchiere

Di Marcello Ciola

L’autunno caldo è già iniziato. Si sta esaurendo. È stato multiforme, acefalo, globale. Ha prodotto dei frutti. Una delle forme che ha assunto è stata l’ondata di proteste di studenti, lavoratori, esodati, disoccupati e tartassati che ha scosso l’Europa, premio Nobel per la pace che non si è dimostrata, non si sta dimostrando e difficilmente si dimostrerà capace di garantire ai propri cittadini pace sociale.

C’è un aspetto di questo autunno caldo che è stato meno avvertito dai cronisti italiani della politica estera. Esso si è manifestato fuori dall’Unione Europea e non solo in Siria. Si tratta di un caldo autunno geopolitico che ha visto protagonisti tre Stati, lontani tra loro, ma importanti per gli equilibri regionali e globali: Venezuela, Montenegro e Georgia.

Nel primo caso, durante le elezioni presidenziali del 7 ottobre, il Presidente Chavez ha vinto con il 55% circa dei voti contro il…

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Lo Scacchiere

Di Marcello Ciola.

Secondo me, ci stanno prendendo in giro. Ancora una volta. Anzi, per due volte in meno di un anno. Prima con l’Esm e poi con la Tobin Tax.

L’Esm è stato presentato come un meccanismo di stabilità anti-speculazione per l’Europa. Gli Stati parteciperanno, secondo un sistema di quote, al finanziamento di questo fondo che può, eventualmente, intervenire in caso di crisi finanziaria del Paese. Funzionando sostanzialmente come un ente privato (ma finanziato da soldi pubblici), l’aiuto sarebbe subordinato a un sistema di condizionalità che influirebbe sulla politica economica interna di un Paese (già molto limitata a causa dell’integrazione monetaria) e a dei tassi di interesse. La quota di partecipazione al fondo è estremamente alta (per l’Italia è 27 miliardi di euro), per cui succede questo: uno Stato è costretto a indebitarsi con le banche per pagare la quota di partecipazione all’Esm che…

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20 ANNI D’ INUTILE DESTRA: PERCHE’ CERTA GENTE DOVREBBE RIMANARE A CASA…

Mai come in questi mesi l’Italia ha vissuto uno scollamento enorme tra realtà sociale e mondo politico, come se si trattasse di due universi completamente paralleli, destinati a non incontrarsi mai. E lo si evince non solo dal malcontento che giustamente monta contro i partiti e contro coloro che ricoprono cariche istituzionali, ma anche dai discorsi che questi ultimi fanno: completamente fuori dalla realtà!

Ma siccome la cronaca politica ormai non tratta più le questioni importanti, quali lavoro, ambiente, sanità, occupazione, per perdersi tra diatribe di partito – che non interessano a nessuno se non ai pochi addetti ai lavori – e scandali, qualche parola va detta proprio per provare a mettere dei paletti al fine di evitare che il tutto scada sempre più.

Ed allora, parlare oggi di azzeramento del PDL non può che significare una sola cosa: il suo improcrastinabile scioglimento, senza se e senza ma.

Attenzione, però, a non cadere nella trappola di chi sostiene, in mala fede, che il problema della politica italiana sia proprio il PDL: le questioni, infatti, sono ben altre, e, per rimanere nella galassia del centrodestra, è tutta l’essenza e la funzione stessa del c.d. polo moderato che va ripensata facendo una fortissima autocritica.

E, onde evitare scene patetiche e stomachevoli di qualche ex MSI che oggi, o dal fronte del FLI o da quello interno del PDL, rivendica una presunta diversità, superiorità o rappresentanza, chiamando in causa il proprio percorso politico passato, cosa che di fatto sta avvenendo, occorre essere molto chiari e dire in maniera anche cinica che chi ha meno titolo per parlare sono proprio gli ex MSI.

Perché se qualcuno ancora fa il gioco degli ex, allora bisogna rispondere per le rime ed in maniera anche molto forte e veritiera, andando a dire le cose come stanno.

Dicevano infatti di essere diversi dagli altri, si vantavano di essere i migliori, tant’è che amavano ripetere che “il peggiore dei loro era sempre meglio del migliore degli altri”. Ridicoli, patetici, cresciuti tra sindrome del ghetto e le manie di ducismo, gli ex missini, prima transitati in AN ed in parte minore in Forza Italia, e poi rimasti come vecchie cariatidi nel PDL o nel FLI, una volta entrati nella stanza dei bottoni, si sono rivelati non solo completamente inutili alla politica italiana, ma persino parecchio dannosi!

Con i necessari distinguo e con qualche eccezione di rilievo, per lo più proveniente dalla galassia rautiana, gli ex MSI, infatti, che blateravano di grandi idee, di valori, di visioni, di progetti, si sono rivelati, alla prova del nove, incapaci di realizzare alcunché, con una capacità di incidere nella vita sociale del Paese prossima allo zero.

Per averne contezza, basta chiedere a chiunque – e persino agli “addetti ai lavori” –  cosa ricordino, in termini di realizzazioni, di tutti questi uomini che avrebbero dovuto innovare la realtà italiana con una visione autenticamente di Destra. La risposta, nella quasi totalità dei casi, sarà “nulla” o, al massimo e concordemente, la battaglia per un’agricoltura di qualità portata avanti dall’allora Ministro Alemanno.

Ed in effetti, è stata soltanto quest’ultima l’azione che ha caratterizzato gli ex missini al Governo, azione giustissima e ben fatta, ma davvero poca, pochissima cosa rispetto a tutto quello che si sarebbe dovuto fare con tutto quello che questa gente ha espresso nel corso degli anni.

A partire dalla Cultura, galassia da cui tutto il resto si origina e luogo dove l’Italia può esprimere tantissimo. I missini, però, non si sono mai sognati di rivendicare il Ministero dell’Istruzione, o dei Beni Culturali, o lavorare per una riforma del sistema universitario che mettesse al centro la domanda di sapere, e non l’offerta, spesso scadente, come accade da troppo tempo.

Niente cultura, salvo poi a lamentarsi dei giornalisti di sinistra, dei registi, degli autori…. E quanti ne ha fatti crescere la destra? Bene che è andata, spesso ha sbattuto fuori persone sol perché osavano pensare e proporre…

Né questi personaggi si sono certo caratterizzati, con risultati tangibili,  per la difesa e la promozione del Bello, concetto che innerva settori ampi e strategici, come quelli dell’urbanistica, dei lavori pubblici, dell’ambiente e della tutela del paesaggio…

E che dire su Lavoro, Welfare e Previdenza? Anni ed anni spesi a fare soltanto vuota retorica sulla “Partecipazione”, senza mai puntare i piedi affinché una nuova realtà sociale ed economica fondata sulla democrazia partecipativa vedesse la luce.

Anzi, molti missini sono stati i primi a convertirsi alla vecchia e superata ideologia liberista per apparire nuovi, incapaci, com’erano, di rendersi conto che l’idea partecipativa era – ed è – molto più moderna ed attuale di ancestrali modelli settecenteschi…  Il fatto è che  il deficit culturale di alcuni era davvero grande, e che molti, troppi, non erano preparati e diventare forza di Governo…

Come non sottolineare, del resto, la loro grande incapacità di utilizzare la grande occasione fornita dalla presenza della Lega e dal tema del federalismo per gettare finalmente a mare il vecchio concetto giacobino di Nazione e di Italietta ottocentesca per rilanciare con forza il tema dell’identità italiana, che è plurale, territoriale, millenaria e cattolica? Insomma, la destra avrebbe dovuto spingere per la creazione di una sorta di grande forza politica che, partendo dalle specificità locali, riconducesse ad unità, dal basso verso l’alto. Ed invece nulla. Anzi, solita stucchevole retorica, anch’essa prettamente giacobina, sull’Altare della Patria, sulla Festa del Tricolore e sull’unità nazionale, centralista e totalitaria, ossia dall’alto verso il basso…

Giacobini, d’altronde, si sono rivelati ogniqualvolta è stato possibile loro lanciare monetine contro tutti gli altri, sporchi e cattivi, salvo scoprire se stessi come – e persino peggio – di coloro che dicevano di combattere… Ma al purismo e alla ghigliottina metodologica non si rinuncia neanche oggi, salvo a rimanere silenti e conniventi quando davvero sarebbe stato necessario urlare “basta”.

E che dire poi della macabra tanatofilia di cui continuano a nutrire schiere di giovani volenterosi, ai quali si insegnano i nomi di tutti coloro che sono passati come martiri, ma non certo la buona amministrazione, la gestione di un Ente, la proposta politica… Del resto i morti debbono riposare in pace, non possono essere la ragione fondativa di un progetto, ma semmai i suoi testimoni, perché la politica si fa per i vivi.

Ma d’altronde, lasciarsi scappare il treno della contestazione alla globalizzazione, azzittendo quei pochissimi che a Destra, vuoi dalle colonne della rivista Area, vuoi dagli ultimi fermenti di vitalità rimasti nel mondo giovanile, tentavano di analizzare criticamente a questione e provavano a fornire soluzioni, almeno un decennio prima che il giocattolo si rompesse causando i danni che stiamo vivendo, è stato un vero e proprio crimine contro il popolo italiano.

La verità è che gli ex MSI avrebbero vissuto volentieri ancora per anni nei ghetti delle sezioni, tra saluti romani e tricolori, tra nostalgismi e retorica patriottarda, ed invece la Storia ha dato loro l’occasione di fare, di agire, di incidere…

Occasione persa, bruciata, passata ed ormai irrecuperabile.

Dopo quasi vent’anni di fiducia incondizionata data loro dalla gente, e con tale bilancio negativo, con quale faccia possono ancora chiedere consenso? E par fare cosa poi? Forse per spartirsi poltrone, incarichi e privilegi, oltre a cogliere ogni occasione utile per candidarsi ed incassare rimborsi elettorali su cui nessuno può vigilare?

O peggio, farsi cogliere con le mani nella marmellata, scatenando ipocrisia di tanti altri che magari nascondono scheletri negli armadi…

No, questa gente, che ha potuto agire e non lo ha fatto, è da lasciare a casa, perchè non serve alla Politica, non serve all’Italia e non serve a quel che resta dei moderati e conservatori italiani.

Perché i missini si caratterizzano anche per un altro fattore,forse più antropologico che politico, ma che comunque crea danni enormi.

Sono infatti malati di ducismo: ognuno di loro si ritiene unico, nel senso che vuole essere l’unico a rimanere in sella, facendo politicamente fuori tutti gli altri. Sempre con le dovute eccezioni, in generale non amano la cooperazione, non sono in grado di fare squadra, se non nei termini della spartizione di incarichi: tra di loro c’è odio profondo, astio, voglia ed esigenza di essere assolute primedonne.

Fateci caso: ad ogni livello, da quello del piccolo comune fino ai massimi vertici, in genere i missini non hanno mai una vera squadra, composta di tante persone capaci e competenti, non creano ricambio, e quando questo avviene, avviene per cooptazione di gente controllabile, gestibile, di persone, insomma, che fungano la longa manus . Ma la cosa più devastante, è il fatto che questi personaggi debbano fare terra bruciata intorno a loro, annientando chiunque possa rappresentare un pericolo reale o presunto per il proprio potere o persino per il proprio immenso ego!

Cosicché ognuno deve rendersi indispensabile, perché tolti loro non resti  più nulla, se non una massa informe e decelebrata di lacchè.

Come non dare dunque ragione a Galan, quando sostiene che con gente del genre non si possa andare da nessuna parte?

Forse, proprio coloro che oggi, per andare all’incasso di qualche posto in lista, minacciano improbabili scissioni da un contenitore che invece occorre sciogliere in toto, farebbero meglio a seguire il loro osannato vecchio capo Fini – che hanno difeso sempre a spada tratta, come in passato difendevano Almirante, persino cacciando dalle sedi chi non era allineato a questa forma di leaderismo folle – nelle scelte deleterie e nella nullità di contenuti.

L’Italia, comunque, avrà un polo in grado di aggregare, sotto la forte spinta e magari sotto una buona leadership della società civile, le culture comunitarie, cattoliche, sociali, moderate e conservatrici che possa, prima o poi, scrivere le pagine della Nuova Europa.

Perché la politica del futuro, cosi come i partiti, non saranno più nazionali ma squisitamente europei: ed in Europa, ci si sta con le idee, con le capacità e con la concretezza, avendo una visione comune.

Non con le marcette, con gli inni della fratellanza massonica imposti nelle scuole, con la retorica da quattro soldi…  In Europa si sta con le storie dei popoli, che sono le uniche da difendere e preservare. A differenza di quelle dei partiti, di cui non frega niente a nessuno, specialmente quando l‘unica ragion d’essere diventa solo e soltanto la propria storia passata.

 

Di Luca De Netto

Le radici profonde non gelano: gli Hobbit contro Ulisse!

Un ragazzo che ha nel proprio bagaglio culturale studi classici sa ben distinguere il Mytos dal Logos. Il primo è narrazione, affabulazione, imposizione dall’alto; il secondo è ragionamento, calcolo, illuminismo, opportunismo, imposizione dal basso. La piramide dicotomica alto-basso rappresenta l’eterno scontro tra l’immateriale e il materiale, lo spirito e la terra. Licurgo imponeva col mito le proprie leggi agli Spartani, Solone al contrario proponeva le proprie agli Ateniesi. “Gli dei mi hanno dato queste leggi” disse il primo, “Secondo me queste sono per ora le migliori leggi” ribatteva il secondo. Due sintesi estreme del mondo, due poli opposti che scontrandosi con le leggi del magnetismo non dovrebbero mai attrarsi. Ebbene oggi, in questa terra di mezzo grondante sangue, è a queste due categorie “ classiche” che occorre rifarsi. Il malcostume politico e sociale si combatte con un approfondito sviluppo culturale. Non importa qui scindere la destra dalla sinistra, ad ognuno il suo perimetro. Nel tempo in cui il Logos ha prevalso sul Mytos, perfino negli ambienti più sacrali del pianeta, l’appello che si innalza da svariate penne intellettuali o intellettualoidi è quello di un ritorno alle origini. Nello specifico Marcello Veneziani non più tardi di un’estate fa auspicava per la cultura della destra, stretta in una soffocante camicia di forza viste le molteplici declinazioni di cotal definizione, un ritorno ad Itaca. Ulisse e Omero, la lira e i rapsodi, la pietrosa Itaca e i porci di Circe. Soluzione accettabile? Per uno che conosce a memoria ogni minimo passo di quel decennale viaggio tutto ciò non può andar bene. Ulisse sfidava gli dei, depredava città, accecava ciclopi, vendicava il proprio onore e ripartiva andando incontro a una dolce morte. E’ il mito del calcolatore che sfida col proprio ingegno gli astri. Il buon padre di famiglia che tra una Circe e una Calipso, lasciando da parte le ancelle dei dieci anni d’assedio, anticipava di qualche millennio la riforma del nostro diritto civile. Capiamo dunque che l’eterno canto del cieco Omero si scontra con un roccioso muro del limite. Rimanendo nell’alveo della cultura di destra, perché non riscoprire Tolkien? Il Signore degli anelli è ormai un classico, un Mytos appunto. Le avventure dei giovani Hobbit calzano come un guanto nell’attuale alba dei tempi. L’anello del potere ha corrotto il re degli uomini, Isildur, conducendolo alla morte. Ha consumato, fino a ridurlo a un mostro, Smigol. Ha reso avido un custode delle antiche arti sacre come Saruman. Ha causato guerra e morte ma trova in quattro mezz’uomini dal cuore puro i più fieri oppositori. Esiste una Contea dal verde incontaminato, dai bei fiumi e dalle villette in legno, dove scorrono ettolitri di birra e dove gli abitanti lavorano e gioiscono della vita. E’ il mito della comunità. Questa comunità pagherà dazio a causa degli uomini che, rei di non aver gettato l’anello del potere nelle fauci del monte Fato scateneranno una nuova guerra contro le forze oscure di Mordor. Occorrerà un’altra alleanza tra tutti i popoli della Terra di mezzo per condurre alla pace il mondo. E allora ritroviamo il saggio Re degli elfi Elron, unico testimone del peccato originale degli uomini, una figura che trasposta nell’oggi rappresenta coloro i quali, ravvedendosi, tentano di persuadere i Re dalla corruzione dell’anello. L’invito è quello di gettarlo nel magma incandescente dal quale è venuto, ma quella eco risuona nel vuoto dello spirito e delle pareti della montagna. Il riscatto degli uomini verrà, arriverà un ramingo delle terre selvagge a reclamare il trono di Gondor: Il Ritorno del Re. Un re che si inchinerà di fronte ai piccoli hobbit sulla cittadella di Minas Tirith , che offrirà la sua spada per difenderli, che non demorderà mai anche nelle battaglie più dure. Un giardiniere e un ragazzotto alti non più d’un soldo di cacio, diversi dal resto della popolazione, riusciranno in ciò in cui anche i più grandi hanno fallito. Un mago, un nano, un elfo e un uomo: La compagnia dell’Anello. La Contea, il ghetto, il polo escluso che salva l’intera terra di mezzo. E’ il mito, è la spiritualità del racconto, ma è anche una speranza per rimanere in piedi in questo mondo di rovine, nel quale i governanti hanno ceduto di fronte alle lusinghe del potere. I più coraggiosi, gli hobbit, coloro che dal nulla saranno chiamati al compimento di questa missione sapranno dare nuova luce al giorno e renderanno la notte meno buia. Riscopriamo dunque il mondo del fantasy per trovare le risposte che cerchiamo. Rispolveriamo la pipa di Tolkien e lasciamo ai professori del ginnasio la lira di Omero e il cavallo di Ulisse.

Dario Stefano Lioi

(9 Ottobre 2012 su tribunaitalia.it)

Lo Scacchiere


La libertà di parola senza la libertà di diffusione

 è solo un pesce dorato in una vaschetta sferica.

Ezra Pound.

Quando mi dissero che il futuro della società è il modello cinese non ci volevo credere. Eppure, a distanza di pochi anni, rischio di ricredermi.

Quando abbiamo dato alla luce internet, poi i new media, i social network e tutto questo nuovo mondo di informazione virtuale dicemmo a noi stessi che non solo avevamo fatto un grosso passo in avanti tecnologico, ma anche politico: la maggiore libertà di informazione dovuta alla facile usufruizione e  ad un uditorio più facilmente reperibile, avrebbe dato luogo ad una società più trasparente, più colta e maggiormente plurale.

Non voglio qui trattare né della trasparenza e neanche della cultura/conoscenza in quanto la libertà di informazione non è misura né della prima (anzi, la trasparenza sta lentamente scivolando lungo lo scarico del gabinetto) né della…

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Verso l’Unione Eurasiatica (Claudio Mutti, Eurasia)

Immagineda Eurasia, Rivista di Studi Geopolitici.

Editoriale del numero XXV (1-2012)

Nell’assumere la direzione di “Eurasia”, che le Edizioni all’insegna del Veltro pubblicano dal 2004, rivolgo un ringraziamento ai redattori, ai collaboratori ed a tutti coloro – in particolare il CPE – che finora hanno in vario modo sostenuto la rivista; esprimo la gratitudine mia e della redazione a Tiberio Graziani per averla portata ad un livello qualitativo che viene unanimemente riconosciuto come eccellente; ringrazio infine Alessandra Colla per aver generosamente accettato la carica di responsabile legale in questa nuova fase della vita di “Eurasia”.

Un memore e commosso pensiero va a Carlo Terracciano, l’intellettuale militante che mi esortò a pubblicare una rassegna di geopolitica in un’epoca in cui tale disciplina, dopo essere stata considerata con sospetto perché associata al nome sulfureo di Karl Haushofer (e, in Italia, alla rivista fascista “Geopolitica”), veniva riproposta al pubblico italiano da un gruppo redazionale di orientamento atlantista che aveva scelto di cavalcare la tigre della “riscoperta” della geopolitica.

A tale sfida “Eurasia” ha risposto fornendo ai propri lettori le analisi idonee ad inquadrare le relazioni tra gli Stati e ad approfondire il significato delle dottrine degli attori internazionali, sforzandosi al contempo di prospettare scenari alternativi imperniati sull’idea di sovranità. L’adozione dei criteri interpretativi geopolitici, contrastando efficacemente i dogmi ideologici funzionali al dominio imperialista, ha fatto sì che intorno alla rivista si formasse una vasta rete di qualificati collaboratori di varia origine nazionale, politica, culturale e confessionale, i quali hanno avvertito l’esigenza di sostituire le vecchie e desuete mappe concettuali con strumenti analitici adeguati ad una situazione storica nuova ed in continuo cambiamento.

“Eurasia” si è dunque proposta di essere, come recita il suo sottotitolo, una “rivista di studi geopolitici”, vale a dire un laboratorio di idee nel quale ci si propone di procedere secondo criteri oggettivi e metodi d’indagine lato sensu “scientifici”. Ma ciò non deve far pensare che la ragion d’essere di questa rivista si esaurisca in un ozioso esercizio di analisi ispirato ad un’illusoria neutralità: la scelta stessa di chiamarsi “Eurasia” definisce il punto d’osservazione da cui questa comunità redazionale considera ed esamina gli eventi mondiali, nonché l’obiettivo ideale verso cui si dirigono i suoi sforzi teorici.

Sarebbe facile obiettare che il termine “Eurasia” non corrisponde ad un concetto univoco e condiviso. Tuttavia, se bisogna precisare il termine in questione sulla base della definizione di continente generalmente accettata, allora i confini naturali dell’Eurasia sono quelli segnati dai mari e dagli oceani che la circondano: l’Artico, il Pacifico, l’Indiano e l’Atlantico. A questa unità geografica corrisponde, al di là di una rigogliosa molteplicità di forme, una essenziale unità eurasiatica, che è stata colta da studiosi come Marcel Mauss, secondo il quale “dalla Corea alla Bretagna esiste un’unica storia, quella del continente eurasiatico”; o come Mircea Eliade, assertore della “unità fondamentale non solo dell’Europa, ma di tutta l’ecumene che si estende dal Portogallo alla Cina e dalla Scandinavia a Ceylon”; o come Giuseppe Tucci, che riassumeva tale concetto dicendo: “Io non parlo mai di Europa e di Asia, ma di Eurasia”.

Nella prospettiva di un progetto geopolitico, l’unità eurasiatica può essere pensata come un’alleanza dei grandi spazi in cui il continente si articola: lo spazio russo, quello estremo-orientale, quello indiano, quello europeo, quello dell’Islam nordafricano e vicino-orientale. Alcuni di questi grandi spazi sono già oggi polarizzati intorno ad un soggetto politico sovrano (è il caso della Cina, dell’India, della Russia), mentre altri (la fascia islamica del Mediterraneo, l’Europa) sono ancora privi, del tutto o in parte, di unità e di sovranità politica e militare.

La Russia, in particolare, sta sviluppando un’azione aggregatrice per restaurare in parte quell’unità che si è disgregata col crollo dell’URSS. Il 1 gennaio 2012, infatti, è entrato ufficialmente in vigore l’accordo siglato da Russia, Bielorussia e Kazakhstan per l’istituzione di un’unione doganale preliminare all’unificazione dell’economia delle tre repubbliche. In un articolo pubblicato dal quotidiano “Izvestia” che ha suscitato l’allarme dei commentatori occidentalisti, Vladimir Putin ha definito lo Spazio Economico Unico “un traguardo di portata storica non solo per i tre paesi, ma anche per tutti gli Stati postsovietici”. Nel caso di una sua rielezione alla guida della Russia, Putin prospetta il passaggio di questi tre paesi ad una fase ulteriore di coordinamento e quindi alla nascita del nucleo di una Unione Eurasiatica, alla quale dovrebbero successivamente aderire Kirghizistan, Tagikistan, Uzbekistan, Armenia, Moldova e Ucraina. L’Unione Eurasiatica rivitalizzerebbe così il progetto della Comunità Economica Eurasiatica (EurAsEC) formulato nel 2000 dagli Stati della CSI e rinsalderebbe sotto il profilo economico l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (la “NATO dell’Est”) istituita nel 2002.

Questo progetto d’integrazione dello spazio postsovietico, che assegna all’Unione Eurasiatica un ruolo di efficace connessione tra l’Europa e l’Estremo Oriente, trova sostegno sia in Russia sia in altri paesi della CSI. “Una grande parte della popolazione delle repubbliche della CSI – ha commentato il politologo Sergej Cernjakhovskij – si pronuncia per varie forme di ripristino dell’Unione Sovietica. La libera circolazione dei capitali sarà interessante anche per gli imprenditori. Tra le maggiori forze politiche l’idea è vicina ai comunisti, ai nazionalisti, ai conservatori e ad una parte dei liberali. Ho l’impressione che Putin farà di questo progetto il compito centrale della sua presidenza. Anche se riuscirà ad unire in tal modo 4-5 repubbliche, si garantirà un posto nella storia. Putin desidera realizzare un’impresa di grande rilevanza”.

“Eurasia”, che fin dalla sua nascita ha guardato con particolare attenzione alla funzione geopolitica della Russia, inaugura la sua nuova serie ritornando ad occuparsi di questo tema fondamentale.

 

Claudio Mutti