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Di Marcello Ciola

L’autunno caldo è già iniziato. Si sta esaurendo. È stato multiforme, acefalo, globale. Ha prodotto dei frutti. Una delle forme che ha assunto è stata l’ondata di proteste di studenti, lavoratori, esodati, disoccupati e tartassati che ha scosso l’Europa, premio Nobel per la pace che non si è dimostrata, non si sta dimostrando e difficilmente si dimostrerà capace di garantire ai propri cittadini pace sociale.

C’è un aspetto di questo autunno caldo che è stato meno avvertito dai cronisti italiani della politica estera. Esso si è manifestato fuori dall’Unione Europea e non solo in Siria. Si tratta di un caldo autunno geopolitico che ha visto protagonisti tre Stati, lontani tra loro, ma importanti per gli equilibri regionali e globali: Venezuela, Montenegro e Georgia.

Nel primo caso, durante le elezioni presidenziali del 7 ottobre, il Presidente Chavez ha vinto con il 55% circa dei voti contro il…

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Di Marcello Ciola.

Secondo me, ci stanno prendendo in giro. Ancora una volta. Anzi, per due volte in meno di un anno. Prima con l’Esm e poi con la Tobin Tax.

L’Esm è stato presentato come un meccanismo di stabilità anti-speculazione per l’Europa. Gli Stati parteciperanno, secondo un sistema di quote, al finanziamento di questo fondo che può, eventualmente, intervenire in caso di crisi finanziaria del Paese. Funzionando sostanzialmente come un ente privato (ma finanziato da soldi pubblici), l’aiuto sarebbe subordinato a un sistema di condizionalità che influirebbe sulla politica economica interna di un Paese (già molto limitata a causa dell’integrazione monetaria) e a dei tassi di interesse. La quota di partecipazione al fondo è estremamente alta (per l’Italia è 27 miliardi di euro), per cui succede questo: uno Stato è costretto a indebitarsi con le banche per pagare la quota di partecipazione all’Esm che…

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20 ANNI D’ INUTILE DESTRA: PERCHE’ CERTA GENTE DOVREBBE RIMANARE A CASA…

Mai come in questi mesi l’Italia ha vissuto uno scollamento enorme tra realtà sociale e mondo politico, come se si trattasse di due universi completamente paralleli, destinati a non incontrarsi mai. E lo si evince non solo dal malcontento che giustamente monta contro i partiti e contro coloro che ricoprono cariche istituzionali, ma anche dai discorsi che questi ultimi fanno: completamente fuori dalla realtà!

Ma siccome la cronaca politica ormai non tratta più le questioni importanti, quali lavoro, ambiente, sanità, occupazione, per perdersi tra diatribe di partito – che non interessano a nessuno se non ai pochi addetti ai lavori – e scandali, qualche parola va detta proprio per provare a mettere dei paletti al fine di evitare che il tutto scada sempre più.

Ed allora, parlare oggi di azzeramento del PDL non può che significare una sola cosa: il suo improcrastinabile scioglimento, senza se e senza ma.

Attenzione, però, a non cadere nella trappola di chi sostiene, in mala fede, che il problema della politica italiana sia proprio il PDL: le questioni, infatti, sono ben altre, e, per rimanere nella galassia del centrodestra, è tutta l’essenza e la funzione stessa del c.d. polo moderato che va ripensata facendo una fortissima autocritica.

E, onde evitare scene patetiche e stomachevoli di qualche ex MSI che oggi, o dal fronte del FLI o da quello interno del PDL, rivendica una presunta diversità, superiorità o rappresentanza, chiamando in causa il proprio percorso politico passato, cosa che di fatto sta avvenendo, occorre essere molto chiari e dire in maniera anche cinica che chi ha meno titolo per parlare sono proprio gli ex MSI.

Perché se qualcuno ancora fa il gioco degli ex, allora bisogna rispondere per le rime ed in maniera anche molto forte e veritiera, andando a dire le cose come stanno.

Dicevano infatti di essere diversi dagli altri, si vantavano di essere i migliori, tant’è che amavano ripetere che “il peggiore dei loro era sempre meglio del migliore degli altri”. Ridicoli, patetici, cresciuti tra sindrome del ghetto e le manie di ducismo, gli ex missini, prima transitati in AN ed in parte minore in Forza Italia, e poi rimasti come vecchie cariatidi nel PDL o nel FLI, una volta entrati nella stanza dei bottoni, si sono rivelati non solo completamente inutili alla politica italiana, ma persino parecchio dannosi!

Con i necessari distinguo e con qualche eccezione di rilievo, per lo più proveniente dalla galassia rautiana, gli ex MSI, infatti, che blateravano di grandi idee, di valori, di visioni, di progetti, si sono rivelati, alla prova del nove, incapaci di realizzare alcunché, con una capacità di incidere nella vita sociale del Paese prossima allo zero.

Per averne contezza, basta chiedere a chiunque – e persino agli “addetti ai lavori” –  cosa ricordino, in termini di realizzazioni, di tutti questi uomini che avrebbero dovuto innovare la realtà italiana con una visione autenticamente di Destra. La risposta, nella quasi totalità dei casi, sarà “nulla” o, al massimo e concordemente, la battaglia per un’agricoltura di qualità portata avanti dall’allora Ministro Alemanno.

Ed in effetti, è stata soltanto quest’ultima l’azione che ha caratterizzato gli ex missini al Governo, azione giustissima e ben fatta, ma davvero poca, pochissima cosa rispetto a tutto quello che si sarebbe dovuto fare con tutto quello che questa gente ha espresso nel corso degli anni.

A partire dalla Cultura, galassia da cui tutto il resto si origina e luogo dove l’Italia può esprimere tantissimo. I missini, però, non si sono mai sognati di rivendicare il Ministero dell’Istruzione, o dei Beni Culturali, o lavorare per una riforma del sistema universitario che mettesse al centro la domanda di sapere, e non l’offerta, spesso scadente, come accade da troppo tempo.

Niente cultura, salvo poi a lamentarsi dei giornalisti di sinistra, dei registi, degli autori…. E quanti ne ha fatti crescere la destra? Bene che è andata, spesso ha sbattuto fuori persone sol perché osavano pensare e proporre…

Né questi personaggi si sono certo caratterizzati, con risultati tangibili,  per la difesa e la promozione del Bello, concetto che innerva settori ampi e strategici, come quelli dell’urbanistica, dei lavori pubblici, dell’ambiente e della tutela del paesaggio…

E che dire su Lavoro, Welfare e Previdenza? Anni ed anni spesi a fare soltanto vuota retorica sulla “Partecipazione”, senza mai puntare i piedi affinché una nuova realtà sociale ed economica fondata sulla democrazia partecipativa vedesse la luce.

Anzi, molti missini sono stati i primi a convertirsi alla vecchia e superata ideologia liberista per apparire nuovi, incapaci, com’erano, di rendersi conto che l’idea partecipativa era – ed è – molto più moderna ed attuale di ancestrali modelli settecenteschi…  Il fatto è che  il deficit culturale di alcuni era davvero grande, e che molti, troppi, non erano preparati e diventare forza di Governo…

Come non sottolineare, del resto, la loro grande incapacità di utilizzare la grande occasione fornita dalla presenza della Lega e dal tema del federalismo per gettare finalmente a mare il vecchio concetto giacobino di Nazione e di Italietta ottocentesca per rilanciare con forza il tema dell’identità italiana, che è plurale, territoriale, millenaria e cattolica? Insomma, la destra avrebbe dovuto spingere per la creazione di una sorta di grande forza politica che, partendo dalle specificità locali, riconducesse ad unità, dal basso verso l’alto. Ed invece nulla. Anzi, solita stucchevole retorica, anch’essa prettamente giacobina, sull’Altare della Patria, sulla Festa del Tricolore e sull’unità nazionale, centralista e totalitaria, ossia dall’alto verso il basso…

Giacobini, d’altronde, si sono rivelati ogniqualvolta è stato possibile loro lanciare monetine contro tutti gli altri, sporchi e cattivi, salvo scoprire se stessi come – e persino peggio – di coloro che dicevano di combattere… Ma al purismo e alla ghigliottina metodologica non si rinuncia neanche oggi, salvo a rimanere silenti e conniventi quando davvero sarebbe stato necessario urlare “basta”.

E che dire poi della macabra tanatofilia di cui continuano a nutrire schiere di giovani volenterosi, ai quali si insegnano i nomi di tutti coloro che sono passati come martiri, ma non certo la buona amministrazione, la gestione di un Ente, la proposta politica… Del resto i morti debbono riposare in pace, non possono essere la ragione fondativa di un progetto, ma semmai i suoi testimoni, perché la politica si fa per i vivi.

Ma d’altronde, lasciarsi scappare il treno della contestazione alla globalizzazione, azzittendo quei pochissimi che a Destra, vuoi dalle colonne della rivista Area, vuoi dagli ultimi fermenti di vitalità rimasti nel mondo giovanile, tentavano di analizzare criticamente a questione e provavano a fornire soluzioni, almeno un decennio prima che il giocattolo si rompesse causando i danni che stiamo vivendo, è stato un vero e proprio crimine contro il popolo italiano.

La verità è che gli ex MSI avrebbero vissuto volentieri ancora per anni nei ghetti delle sezioni, tra saluti romani e tricolori, tra nostalgismi e retorica patriottarda, ed invece la Storia ha dato loro l’occasione di fare, di agire, di incidere…

Occasione persa, bruciata, passata ed ormai irrecuperabile.

Dopo quasi vent’anni di fiducia incondizionata data loro dalla gente, e con tale bilancio negativo, con quale faccia possono ancora chiedere consenso? E par fare cosa poi? Forse per spartirsi poltrone, incarichi e privilegi, oltre a cogliere ogni occasione utile per candidarsi ed incassare rimborsi elettorali su cui nessuno può vigilare?

O peggio, farsi cogliere con le mani nella marmellata, scatenando ipocrisia di tanti altri che magari nascondono scheletri negli armadi…

No, questa gente, che ha potuto agire e non lo ha fatto, è da lasciare a casa, perchè non serve alla Politica, non serve all’Italia e non serve a quel che resta dei moderati e conservatori italiani.

Perché i missini si caratterizzano anche per un altro fattore,forse più antropologico che politico, ma che comunque crea danni enormi.

Sono infatti malati di ducismo: ognuno di loro si ritiene unico, nel senso che vuole essere l’unico a rimanere in sella, facendo politicamente fuori tutti gli altri. Sempre con le dovute eccezioni, in generale non amano la cooperazione, non sono in grado di fare squadra, se non nei termini della spartizione di incarichi: tra di loro c’è odio profondo, astio, voglia ed esigenza di essere assolute primedonne.

Fateci caso: ad ogni livello, da quello del piccolo comune fino ai massimi vertici, in genere i missini non hanno mai una vera squadra, composta di tante persone capaci e competenti, non creano ricambio, e quando questo avviene, avviene per cooptazione di gente controllabile, gestibile, di persone, insomma, che fungano la longa manus . Ma la cosa più devastante, è il fatto che questi personaggi debbano fare terra bruciata intorno a loro, annientando chiunque possa rappresentare un pericolo reale o presunto per il proprio potere o persino per il proprio immenso ego!

Cosicché ognuno deve rendersi indispensabile, perché tolti loro non resti  più nulla, se non una massa informe e decelebrata di lacchè.

Come non dare dunque ragione a Galan, quando sostiene che con gente del genre non si possa andare da nessuna parte?

Forse, proprio coloro che oggi, per andare all’incasso di qualche posto in lista, minacciano improbabili scissioni da un contenitore che invece occorre sciogliere in toto, farebbero meglio a seguire il loro osannato vecchio capo Fini – che hanno difeso sempre a spada tratta, come in passato difendevano Almirante, persino cacciando dalle sedi chi non era allineato a questa forma di leaderismo folle – nelle scelte deleterie e nella nullità di contenuti.

L’Italia, comunque, avrà un polo in grado di aggregare, sotto la forte spinta e magari sotto una buona leadership della società civile, le culture comunitarie, cattoliche, sociali, moderate e conservatrici che possa, prima o poi, scrivere le pagine della Nuova Europa.

Perché la politica del futuro, cosi come i partiti, non saranno più nazionali ma squisitamente europei: ed in Europa, ci si sta con le idee, con le capacità e con la concretezza, avendo una visione comune.

Non con le marcette, con gli inni della fratellanza massonica imposti nelle scuole, con la retorica da quattro soldi…  In Europa si sta con le storie dei popoli, che sono le uniche da difendere e preservare. A differenza di quelle dei partiti, di cui non frega niente a nessuno, specialmente quando l‘unica ragion d’essere diventa solo e soltanto la propria storia passata.

 

Di Luca De Netto

Le radici profonde non gelano: gli Hobbit contro Ulisse!

Un ragazzo che ha nel proprio bagaglio culturale studi classici sa ben distinguere il Mytos dal Logos. Il primo è narrazione, affabulazione, imposizione dall’alto; il secondo è ragionamento, calcolo, illuminismo, opportunismo, imposizione dal basso. La piramide dicotomica alto-basso rappresenta l’eterno scontro tra l’immateriale e il materiale, lo spirito e la terra. Licurgo imponeva col mito le proprie leggi agli Spartani, Solone al contrario proponeva le proprie agli Ateniesi. “Gli dei mi hanno dato queste leggi” disse il primo, “Secondo me queste sono per ora le migliori leggi” ribatteva il secondo. Due sintesi estreme del mondo, due poli opposti che scontrandosi con le leggi del magnetismo non dovrebbero mai attrarsi. Ebbene oggi, in questa terra di mezzo grondante sangue, è a queste due categorie “ classiche” che occorre rifarsi. Il malcostume politico e sociale si combatte con un approfondito sviluppo culturale. Non importa qui scindere la destra dalla sinistra, ad ognuno il suo perimetro. Nel tempo in cui il Logos ha prevalso sul Mytos, perfino negli ambienti più sacrali del pianeta, l’appello che si innalza da svariate penne intellettuali o intellettualoidi è quello di un ritorno alle origini. Nello specifico Marcello Veneziani non più tardi di un’estate fa auspicava per la cultura della destra, stretta in una soffocante camicia di forza viste le molteplici declinazioni di cotal definizione, un ritorno ad Itaca. Ulisse e Omero, la lira e i rapsodi, la pietrosa Itaca e i porci di Circe. Soluzione accettabile? Per uno che conosce a memoria ogni minimo passo di quel decennale viaggio tutto ciò non può andar bene. Ulisse sfidava gli dei, depredava città, accecava ciclopi, vendicava il proprio onore e ripartiva andando incontro a una dolce morte. E’ il mito del calcolatore che sfida col proprio ingegno gli astri. Il buon padre di famiglia che tra una Circe e una Calipso, lasciando da parte le ancelle dei dieci anni d’assedio, anticipava di qualche millennio la riforma del nostro diritto civile. Capiamo dunque che l’eterno canto del cieco Omero si scontra con un roccioso muro del limite. Rimanendo nell’alveo della cultura di destra, perché non riscoprire Tolkien? Il Signore degli anelli è ormai un classico, un Mytos appunto. Le avventure dei giovani Hobbit calzano come un guanto nell’attuale alba dei tempi. L’anello del potere ha corrotto il re degli uomini, Isildur, conducendolo alla morte. Ha consumato, fino a ridurlo a un mostro, Smigol. Ha reso avido un custode delle antiche arti sacre come Saruman. Ha causato guerra e morte ma trova in quattro mezz’uomini dal cuore puro i più fieri oppositori. Esiste una Contea dal verde incontaminato, dai bei fiumi e dalle villette in legno, dove scorrono ettolitri di birra e dove gli abitanti lavorano e gioiscono della vita. E’ il mito della comunità. Questa comunità pagherà dazio a causa degli uomini che, rei di non aver gettato l’anello del potere nelle fauci del monte Fato scateneranno una nuova guerra contro le forze oscure di Mordor. Occorrerà un’altra alleanza tra tutti i popoli della Terra di mezzo per condurre alla pace il mondo. E allora ritroviamo il saggio Re degli elfi Elron, unico testimone del peccato originale degli uomini, una figura che trasposta nell’oggi rappresenta coloro i quali, ravvedendosi, tentano di persuadere i Re dalla corruzione dell’anello. L’invito è quello di gettarlo nel magma incandescente dal quale è venuto, ma quella eco risuona nel vuoto dello spirito e delle pareti della montagna. Il riscatto degli uomini verrà, arriverà un ramingo delle terre selvagge a reclamare il trono di Gondor: Il Ritorno del Re. Un re che si inchinerà di fronte ai piccoli hobbit sulla cittadella di Minas Tirith , che offrirà la sua spada per difenderli, che non demorderà mai anche nelle battaglie più dure. Un giardiniere e un ragazzotto alti non più d’un soldo di cacio, diversi dal resto della popolazione, riusciranno in ciò in cui anche i più grandi hanno fallito. Un mago, un nano, un elfo e un uomo: La compagnia dell’Anello. La Contea, il ghetto, il polo escluso che salva l’intera terra di mezzo. E’ il mito, è la spiritualità del racconto, ma è anche una speranza per rimanere in piedi in questo mondo di rovine, nel quale i governanti hanno ceduto di fronte alle lusinghe del potere. I più coraggiosi, gli hobbit, coloro che dal nulla saranno chiamati al compimento di questa missione sapranno dare nuova luce al giorno e renderanno la notte meno buia. Riscopriamo dunque il mondo del fantasy per trovare le risposte che cerchiamo. Rispolveriamo la pipa di Tolkien e lasciamo ai professori del ginnasio la lira di Omero e il cavallo di Ulisse.

Dario Stefano Lioi

(9 Ottobre 2012 su tribunaitalia.it)

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La libertà di parola senza la libertà di diffusione

 è solo un pesce dorato in una vaschetta sferica.

Ezra Pound.

Quando mi dissero che il futuro della società è il modello cinese non ci volevo credere. Eppure, a distanza di pochi anni, rischio di ricredermi.

Quando abbiamo dato alla luce internet, poi i new media, i social network e tutto questo nuovo mondo di informazione virtuale dicemmo a noi stessi che non solo avevamo fatto un grosso passo in avanti tecnologico, ma anche politico: la maggiore libertà di informazione dovuta alla facile usufruizione e  ad un uditorio più facilmente reperibile, avrebbe dato luogo ad una società più trasparente, più colta e maggiormente plurale.

Non voglio qui trattare né della trasparenza e neanche della cultura/conoscenza in quanto la libertà di informazione non è misura né della prima (anzi, la trasparenza sta lentamente scivolando lungo lo scarico del gabinetto) né della…

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Verso l’Unione Eurasiatica (Claudio Mutti, Eurasia)

Immagineda Eurasia, Rivista di Studi Geopolitici.

Editoriale del numero XXV (1-2012)

Nell’assumere la direzione di “Eurasia”, che le Edizioni all’insegna del Veltro pubblicano dal 2004, rivolgo un ringraziamento ai redattori, ai collaboratori ed a tutti coloro – in particolare il CPE – che finora hanno in vario modo sostenuto la rivista; esprimo la gratitudine mia e della redazione a Tiberio Graziani per averla portata ad un livello qualitativo che viene unanimemente riconosciuto come eccellente; ringrazio infine Alessandra Colla per aver generosamente accettato la carica di responsabile legale in questa nuova fase della vita di “Eurasia”.

Un memore e commosso pensiero va a Carlo Terracciano, l’intellettuale militante che mi esortò a pubblicare una rassegna di geopolitica in un’epoca in cui tale disciplina, dopo essere stata considerata con sospetto perché associata al nome sulfureo di Karl Haushofer (e, in Italia, alla rivista fascista “Geopolitica”), veniva riproposta al pubblico italiano da un gruppo redazionale di orientamento atlantista che aveva scelto di cavalcare la tigre della “riscoperta” della geopolitica.

A tale sfida “Eurasia” ha risposto fornendo ai propri lettori le analisi idonee ad inquadrare le relazioni tra gli Stati e ad approfondire il significato delle dottrine degli attori internazionali, sforzandosi al contempo di prospettare scenari alternativi imperniati sull’idea di sovranità. L’adozione dei criteri interpretativi geopolitici, contrastando efficacemente i dogmi ideologici funzionali al dominio imperialista, ha fatto sì che intorno alla rivista si formasse una vasta rete di qualificati collaboratori di varia origine nazionale, politica, culturale e confessionale, i quali hanno avvertito l’esigenza di sostituire le vecchie e desuete mappe concettuali con strumenti analitici adeguati ad una situazione storica nuova ed in continuo cambiamento.

“Eurasia” si è dunque proposta di essere, come recita il suo sottotitolo, una “rivista di studi geopolitici”, vale a dire un laboratorio di idee nel quale ci si propone di procedere secondo criteri oggettivi e metodi d’indagine lato sensu “scientifici”. Ma ciò non deve far pensare che la ragion d’essere di questa rivista si esaurisca in un ozioso esercizio di analisi ispirato ad un’illusoria neutralità: la scelta stessa di chiamarsi “Eurasia” definisce il punto d’osservazione da cui questa comunità redazionale considera ed esamina gli eventi mondiali, nonché l’obiettivo ideale verso cui si dirigono i suoi sforzi teorici.

Sarebbe facile obiettare che il termine “Eurasia” non corrisponde ad un concetto univoco e condiviso. Tuttavia, se bisogna precisare il termine in questione sulla base della definizione di continente generalmente accettata, allora i confini naturali dell’Eurasia sono quelli segnati dai mari e dagli oceani che la circondano: l’Artico, il Pacifico, l’Indiano e l’Atlantico. A questa unità geografica corrisponde, al di là di una rigogliosa molteplicità di forme, una essenziale unità eurasiatica, che è stata colta da studiosi come Marcel Mauss, secondo il quale “dalla Corea alla Bretagna esiste un’unica storia, quella del continente eurasiatico”; o come Mircea Eliade, assertore della “unità fondamentale non solo dell’Europa, ma di tutta l’ecumene che si estende dal Portogallo alla Cina e dalla Scandinavia a Ceylon”; o come Giuseppe Tucci, che riassumeva tale concetto dicendo: “Io non parlo mai di Europa e di Asia, ma di Eurasia”.

Nella prospettiva di un progetto geopolitico, l’unità eurasiatica può essere pensata come un’alleanza dei grandi spazi in cui il continente si articola: lo spazio russo, quello estremo-orientale, quello indiano, quello europeo, quello dell’Islam nordafricano e vicino-orientale. Alcuni di questi grandi spazi sono già oggi polarizzati intorno ad un soggetto politico sovrano (è il caso della Cina, dell’India, della Russia), mentre altri (la fascia islamica del Mediterraneo, l’Europa) sono ancora privi, del tutto o in parte, di unità e di sovranità politica e militare.

La Russia, in particolare, sta sviluppando un’azione aggregatrice per restaurare in parte quell’unità che si è disgregata col crollo dell’URSS. Il 1 gennaio 2012, infatti, è entrato ufficialmente in vigore l’accordo siglato da Russia, Bielorussia e Kazakhstan per l’istituzione di un’unione doganale preliminare all’unificazione dell’economia delle tre repubbliche. In un articolo pubblicato dal quotidiano “Izvestia” che ha suscitato l’allarme dei commentatori occidentalisti, Vladimir Putin ha definito lo Spazio Economico Unico “un traguardo di portata storica non solo per i tre paesi, ma anche per tutti gli Stati postsovietici”. Nel caso di una sua rielezione alla guida della Russia, Putin prospetta il passaggio di questi tre paesi ad una fase ulteriore di coordinamento e quindi alla nascita del nucleo di una Unione Eurasiatica, alla quale dovrebbero successivamente aderire Kirghizistan, Tagikistan, Uzbekistan, Armenia, Moldova e Ucraina. L’Unione Eurasiatica rivitalizzerebbe così il progetto della Comunità Economica Eurasiatica (EurAsEC) formulato nel 2000 dagli Stati della CSI e rinsalderebbe sotto il profilo economico l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (la “NATO dell’Est”) istituita nel 2002.

Questo progetto d’integrazione dello spazio postsovietico, che assegna all’Unione Eurasiatica un ruolo di efficace connessione tra l’Europa e l’Estremo Oriente, trova sostegno sia in Russia sia in altri paesi della CSI. “Una grande parte della popolazione delle repubbliche della CSI – ha commentato il politologo Sergej Cernjakhovskij – si pronuncia per varie forme di ripristino dell’Unione Sovietica. La libera circolazione dei capitali sarà interessante anche per gli imprenditori. Tra le maggiori forze politiche l’idea è vicina ai comunisti, ai nazionalisti, ai conservatori e ad una parte dei liberali. Ho l’impressione che Putin farà di questo progetto il compito centrale della sua presidenza. Anche se riuscirà ad unire in tal modo 4-5 repubbliche, si garantirà un posto nella storia. Putin desidera realizzare un’impresa di grande rilevanza”.

“Eurasia”, che fin dalla sua nascita ha guardato con particolare attenzione alla funzione geopolitica della Russia, inaugura la sua nuova serie ritornando ad occuparsi di questo tema fondamentale.

 

Claudio Mutti

I Fratelli Musulmani ed il piano per la protezione di Israele.

di Pierre Khalaf (da Eurasia – Rivista di Studi Geopolitici)
Non è un segreto, gli eventi che hanno scosso il Medio Oriente hanno per scopo proteggere Israele dalle gravi conseguenze della sconfitta del progetto statunitense in Iraq. E tutto ciò l’alleanza occidentale, guidata dagli Stati Uniti, lo compie come parte della “primavera araba”, rientra in questa categoria.

L’accordo raggiunto tra gli Stati Uniti e i Fratelli Musulmani al Cairo, è stato presentato dalla Assistente per gli Affari del Vicino Oriente della Segretaria di Stato USA, Jeffrey Feltman, che ha solo confermato ciò che gli osservatori avevano già intuito analizzando le dichiarazioni dei leader del movimento islamista in molti paesi arabi e musulmani.

Si sono aggiunte, di seguito, nel medesimo contesto, le affermazioni del presidente del Consiglio nazionale siriano di Istanbul, Burhan Ghalioun, che ha gettato la maschera, sostenendo che l’opposizione avrebbe cercato, se fosse andata al potere, di spezzare legami con l’Iran e i movimenti della resistenza libanese e palestinese. Ghalioun ha rifiutato la lotta armata per liberare il Golan occupato, che dovrebbe essere ottenuto, ha detto, attraverso il negoziato.

Ma ancora più importante: i leader dei Fratelli musulmani siriani hanno rivelato le loro vere intenzioni, dicendo che, se prendessero il potere, invierebbero l’esercito siriano in Libano per combattere Hezbollah. Vale a dire, che partirebbero volontari per la missione che Israele non era riuscita a realizzare nel 2006, nonostante il sostegno di trenta paesi arabi e occidentali.

Queste posizioni dei movimenti e degli individui che affermano di rappresentare la “legittimità popolare” si inseriscono perfettamente nel contesto delle politiche degli Stati Uniti, il cui scopo primario è proteggere lo Stato ebraico.

E non è un caso. Ciò conferma ciò che abbiamo scritto su questo bollettino da più di sette mesi. Inoltre, i centri di ricerca occidentali sono più propensi a denunciarlo, e l’ex ministro degli esteri francese, Hubert Védrine, ha chiaramente detto, in una conferenza a Beirut la scorsa settimana: “Gli Stati Uniti sostengono la Fratellanza Musulmana“.

Questo spiega in gran parte, la sfiducia del patriarca maronita mons. Bishara Rai contro la “primavera araba”, che rischia di provocare, ha detto, una frammentazione del Medio Oriente in entità religiose, servendo gli interessi di Israele, e ponendo una seria minaccia alla presenza dei cristiani e delle altre minoranze religiose in questa regione.

L’assegno in bianco per l’arrivo degli islamisti al potere in Tunisia, Libia e ora in Egitto, dovrebbe convincere, chi ha ancora dubbi, le reali intenzioni dell’occidente, guidato dagli Stati Uniti.

Il tentativo di distruggere lo stato nazionale siriano e di dividere il paese, è uno dei pezzi principali di questo puzzle che l’Occidente sta cercando di raccogliere. È per questo che ignora i crimini commessi in Siria da parte dei gruppi estremisti armati, cui ora aggiunge l’etichetta di “disertori”, meno ripugnante agli occhi dell’opinione pubblica occidentale che non salafiti o estremisti musulmani.

Dominata dagli Stati Uniti, ignara delle conseguenze che può subire, Europa, srotola il tappeto rosso al movimento islamista, poco considerato come un serio pericolo.

La tendenza in Siria: il potere in sè, l’opposizione nella confusione

Lo sviluppo degli eventi in Siria non può essere separato dal contesto regionale e internazionale. L’autorità ha accettato di firmare il protocollo elaborato dalla Lega Araba per l’invio di osservatori, in piena collaborazione con la Russia. Inoltre, fonti diplomatiche russe in Libano dicono che la Russia non abbandona il regime siriano, e questo supporto è una questione strategica per Mosca. Queste assicurazioni sono contrarie alle previsioni dei responsabili della coalizione pro-occidentale del 14 marzo.

Di fronte al supporto russo alla Siria, diventa difficile rovesciare il regime militare, nonostante i preparativi a questo scopo in Turchia, Libano e, in misura minore, Giordania. Per contro, la pressione sulla Siria continuerà, in particolare mentre ci avviciniamo alla fine del ritiro USA dall’Iraq. Gli statunitensi vogliono creare problemi, per distogliere l’attenzione pubblica da questo ritiro e dall’atmosfera di sconfitta che la circonda. Inoltre, i moti in Siria sono destinati a sostituire l’attacco militare contro l’Iran, che sta diventando sempre più difficile in questo clima di crisi e con i problemi finanziari che agitano l’Europa e gli Stati Uniti.

La situazione in Siria dovrebbe rimanere instabile, anche se il regime ha finalmente deciso di firmare il protocollo della Lega Araba, senza dubbio troveranno altri angoli per mantenere la pressione. Tuttavia, le sanzioni della Lega araba avrebbero rafforzato il sentimento patriottico tra i siriani, un popolo con un grande orgoglio nazionale. Inoltre, i Fratelli Musulmani sono stati praticamente debellati nel paese negli anni ’80, e non hanno avuto il tempo di acquisire una larga base popolare e sono costretti a portare armi e a commettere veri e propri massacri, per marcare la loro presenza.

In parallelo, le dichiarazioni del capo del Consiglio nazionale siriano a Istanbul, Bourhan Ghalioun, contro l’Iran, Hezbollah e Hamas, hanno scosso gran parte della popolazione siriana. Voci su un incontro che avrebbe tenuto in ottobre a Washington, tra funzionari dell’amministrazione degli Stati Uniti, un rappresentante del CNS e un funzionario israeliano, hanno iniziato a circolare. Secondo queste voci, il rappresentante del CNS avrebbe chiesto aiuto finanziario, riconoscimento diplomatico dalla comunità internazionale e l’intervento militare contro il suo paese.

Sul campo, le violenze continuano, e le dimostrazioni contro e in favore del regime. Ma esso è riuscito a mettere in imbarazzo la Lega Araba, esprimendo la sua disponibilità a firmare il protocollo per l’invio di osservatori. Il processo dovrebbe richiedere alcuni giorni o settimane, mentre gli sviluppi in tutta la regione rimangono più o meno incontrollabili, e la situazione rimane instabile in Egitto, Bahrein e Yemen.

Gli Stati Uniti avevano tranquillamente cercato di aprire un dialogo con l’Iran, ma la Repubblica islamica avrebbe opposto un netto rifiuto a questa richiesta. Per contro, Teheran avrebbe richiesto l’apertura di un dialogo con l’Arabia Saudita, che pure ha respinto il suggerimento. Questo significa che per il momento, i canali dei negoziati sono bloccati a livello regionale e internazionale.

La situazione interna in Siria è solida, mentre il piano per crea una zona cuscinetto al confine con la Turchia, è in difficoltà. Per non parlare del fatto che la Russia ha, a sua volta, esercitato pressioni sulla Turchia, che ha anch’essa un tessuto sociale fragile. Il primo ministro turco Recep Erdogan Tayyeb ha alzato i toni verso la Siria, mentre cerca di nascondere la sua incapacità di agire sul terreno.

Le dichiarazioni di Hassan Sayyed Nasrallah, segretario generale di Hezbollah

Questo è un messaggio a tutti coloro che cospirano contro la Resistenza e puntano su un cambiamento. Non rinunceremo mai alle nostre armi. Giorno dopo giorno, la resistenza recluta sempre più combattenti, addestra al meglio i combattenti e si arma sempre più pesantemente.

Gli Stati Uniti cercano di distruggere la Siria per compensare la loro sconfitta in Iraq. Gli Stati Uniti hanno cercato di spacciarsi come i difensori dei diritti umani e della democrazia nel mondo arabo. Questi ipocriti sono noti per avere sostenuto tutte le dittature che hanno rinnegato, subito dopo la loro caduta. Ciò è il segno di Satana.

L’opposizione siriana è sottomessa agli Stati Uniti e ad Israele. Fin dall’inizio, abbiamo detto chiaramente che siamo con il regime siriano, un regime di resistenza contro Israele. Vuole distruggere la Siria. Il cosiddetto Consiglio Nazionale siriano, formato a Istanbul, e il suo leader Burhan Ghalioun, cercano di presentare le loro credenziali a Stati Uniti e Israele. Le parole di alcuni, secondo cui le armi della resistenza sono fonte di caos, confusione o altri problemi di sicurezza in Libano, sono un inganno. Avete mai visto un problema di sicurezza in Libano o una guerra civile, durante la quale vengono sparato missili Zelzal, Khaibar o Raad. Le armi leggere sono presenti nelle mani di tutti i libanesi. Se vogliamo che ci sia sicurezza al suo interno, dobbiamo considerare il problema di queste armi.”

Estratti da un’intervista a Jeffrey Feltman, Assistente del Segretario di Stato USA per il Medio Oriente su un quotidiano vicino al 14 Marzo, al-Jumhuria, dell’8 dicembre:

Il modo migliore per evitare la guerra civile in Siria, sono le dimissioni di Bashar al-Assad ora. È necessario anche che la mafia sicuritaria che lo circonda smetta di uccidere la gente. Sappiamo che il futuro della Siria deve basarsi sullo stato di diritto e la democrazia. Sono sicuro che i libanesi approvano le decisioni della Lega Araba, dell’Unione europea e degli Stati Uniti. per discutere e trovare il modo pacifico di porre fine alla barbarie in Siria.

Vogliamo ricorrere al Consiglio di Sicurezza se l’iniziativa araba non avesse successo. Se Bashar al-Assad non è responsabile per le violenze, come egli sostiene, perché lui ed il suo entourage non permettono agli osservatori di giungere nel paese a scoprire chi sia la parte responsabile?

Prima si dimette Assad, meglio sarà la situazione. Il presidente Obama ha ricordato, il 18 agosto, che è tempo per Assad di andare via e che di assistere alla transizione pacifica e democratica del potere.

L’esercito siriano, a cui è stato chiesto di lasciare il territorio del Libano, è ora il territorio siriano. Il ritorno dell’ambasciatore Ford a Damasco non è un dono a Bashar al-Assad. Questo è un modo per mostrare il nostro sostegno al popolo siriano e di ottenere informazioni più precise sulla situazione in Siria.

Quello che sta accadendo in Siria non dovrebbe estendersi al Libano. Funzionari libanesi hanno detto che il loro principale obiettivo è quello di proteggere il Libano dagli eventi in Siria. È compito del capo del governo e dei funzionari libanesi trovare il modo perfetto per proteggere il Libano. Nello stesso tempo, crediamo che il Libano dovrebbe anche aiutare a trovare i mezzi necessari per fermare le violenze (…)

Noi non trattiamo con Hezbollah, un’organizzazione che non segue le regole democratiche anche se ha una grande base popolare. Quando queste regole le vanno bene, Hezbollah le sostiene, ma nel caso contrario, ricorre all’uso della forza e delle armi per imporre la propria volontà. La decisione del Primo Ministro libanese Mikati di dare un contributo al bilancio della STL non è stata presa dagli Stati Uniti o da un altro paese, ma dal Libano. Accogliamo con favore la decisione che proverà alla comunità internazionale, che il Libano rispetta i suoi impegni internazionali.

Pierre Khalaf: Ricercatore presso il Centro per gli studi strategici arabi e internazionali di Beirut.

Lo Spettro di Marx: Il rischio di un socialismo senza identità.

di Giovanni Piglialarmi.

[…] Gli uomini possono, dopo aver evocato con angoscia gli spiriti del passato, prenderli al loro servizio; i fantasmi scompariranno dopo la vittoria della rivoluzione, quando i morti seppelliranno i loro morti. […]

Karl Marx, Lineamenti fondamentali per la critica dell’economia politica

[…] Le rivoluzioni hanno aperto la strada a guerre civili e a guerre tra Stati, portando solo catastrofi, anche se camuffate, talvolta, da momentanei trionfi. E hanno assunto caratteri sempre più antioccidentali. Questa tendenza si è rafforzata negli ultimi decenni del Novecento e oggi la rivoluzione è l’obiettivo delle forze contrarie all’Occidente, sia al suo interno che all’esterno. Con un sincretismo di motivi ideologici di estrema destra e di estrema sinistra, esse combattono anzitutto la globalizzazione. E’ singolare come molti, che si proclamano assoluti eredi del marxismo, la demonizzino, sotto l’influenza di gruppi “religiosi”, non solo fondamentalisti o islamici. Identificando l’Occidente con Satana, i rivoluzionari cercano di scorgere segnali che preannuncino la battaglia finale …[…]

Aurelio Lepre, Che c’entra Marx con PolPot?

Il comunismo è stato considerato una delle più grandi innovazioni ideologiche degli ultimi secoli; e allo stesso tempo la più grande questione storica dell’età contemporanea. Diverse critiche di pensiero hanno tentato di demonizzarlo, incolpandolo di innumerevoli crimini; ci sono stati sognatori (e ci sono!) che non hanno perso la fede in un futuro comunista; infine, c’è chi si è limitato alla pura osservazione del fenomeno sociale nella storia. Sarà questo il modo più proficuo per analizzarlo? Forse. Ma ancora oggi, la domanda che si pongono i lettori di Marx, gli interpreti della grammatica marxiana, è semplice ma alquanto lucida: che c’entra Marx con PolPot? Questa domanda l’ha posta lo storico Aurelio Lepre. Intitolando così un suo autorevole saggio, che ha ripercorso le tappe di fenomeni storici ricollegati seppur da una banale dialettica storica al filosofo di Treviri, lo storico napoletano ha sottolineato le dissonanze presenti fin dai presupposti di quelli che la storiografia chiama “comunismi reali” e il pensiero di Marx. Socialismo, comunismo sono ideologie che sono state frutto, a volte, di una pura speculazione dialettica. Altre volte ancora si sono macchiate come ideologie mostruose che costringevano l’uomo non all’alienazione dallo sfruttamento,, bensì all’inumanità. Quando Marx ed Engels scrissero il manifesto del partito comunista, stavano lavorando ad un progetto rivoluzionario che aveva una precisa locazione geografica per la sua attuazione: il cuore pulsante dell’Occidente, il centro del mondo, dove la ricchezza si manifestava sotto qualsiasi aspetto. In Germania soprattutto la rivoluzione della classe operaia doveva essere l’esempio di una grande innovazione politica. Ora, tenendo presente le società comuniste che si sono proclamate tali in questo secolo, possiamo notare che l’Occidente è rimasto escluso dalla “trasformazione rivoluzionaria”. Lenin, PolPot, Stalin, Castro, Guevara, i nazionalcomunismi africani sono l’esempio di un comunismo che ha attecchito in luoghi che Marx non solo aveva escluso ma che aveva ben raccomandato di evitare. Perché? Quando Marx inizia la sua battaglia per l’affermazione del comunismo, non ha come presupposto quello di creare un modello alternativo al capitalismo; anzi, cerca di superare la fase capitalistica per liberare l’uomo dalla schiavitù del lavoro. Il mito della classe operaria nasce dal fatto che il filosofo individua proprio in essa la capacità di impossessarsi dei mezzi di produzione. Dunque la società comunista sembra una proiezione futura, un netto superamento della società capitalistica per una maggiore redistribuzione della ricchezza tra gli uomini (diverso quindi dal capitalismo di stato). E tale cambiamento si sarebbe potuto realizzare solo dove la ricchezza imperava: ci troviamo in piena rivoluzione industriale e l’Europa ne è protagonista. La periferia del mondo, come la definisce Engels, deve essere l’ultima tappa della rivoluzione, un punto di arrivo e non di inizio, non la partenza. Altrimenti si rischierebbe di usare il comunismo come un mezzo da parte del popolo per debellare un semplice dittatore, mischiandosi con una vera guerra civile. Successivamente però l’inseparabile amico di Marx muta la sua opinione per diversi avvenimenti: Marx era morto nel 1883 e già due anni dopo si inizia a respirare aria di crisi all’interno dei movimenti comunisti europei; c’era incertezza, il maestro era morto e ogni partito inizia a ritagliarsi la propria autonomia di pensiero però senza mai trascurare la fede marxista. Cosa accade in questo periodo? Iniziano a sorgere le prime “autonomie comuniste” che in tutto o in parte sfuggono al messaggio di Marx. Le prime divergenze tra Marx e i suoi “successori” si rintracciano già nell’idea di stato. La rivoluzione comunista cancella ogni forma di proprietà privata, e lo strumento “tecnico” di cui servirsi per rendere possibile tale rivoluzione è la socializzazione di mezzi di produzione e di scambio. Si è attribuito a Marx, per un certo periodo di tempo, una sorta di “revisionismo”, che si pensava volesse andare a sostituire con la sostanzialità una democrazia ancora formale dello Stato, ma a questo proposito Marx si esprime chiaramente dicendo che il compito del proletariato non è quello di “conquistare” la macchina borghese, manovrandola al fine di ottenere sempre maggiori profitti, bensì quello di spezzarne o distruggerne i meccanismi istituzionali di fondo.

“Lo Stato è la forma in cui gli individui di una classe dominante fanno valere i loro interessi comuni” (L’ideologia tedesca)

“Il potere politico è il potere di una classe organizzata per opprimerne un’altra”
(Il Manifesto)

Come ha notato Norberto Bobbio, lo Stato, per Marx, è, sì, una macchina, ma non è possibile per tutti utilizzarla a proprio piacimento per raggiungere i propri scopi, in quanto ogni classe è portata, secondo il materialismo storico, a forgiare una macchina statale secondo le proprie esigenze. Tale rifiuto delle forme istituzionali dello Stato prende corpo nella dottrina della “dittatura del proletariato”. La miglior forma di governo è, infatti, per Marx, quella che avvia il processo di estinzione di ogni possibile forma di governo e consente, cioè, la trasformazione della società da statale a non statale. Tale forma di governo, assolutamente esemplare, corrisponde la fase di uno Stato denominato di “transizione” (da Stato a non-Stato, chiaramente) ed è, dal punto di vista del dominio di classe invece, in vista di una società concepita come “società fondata sulla lotta di classe”, quello del periodo della “dittatura del proletariato”. Per dirlo con le stesse parole che Marx usa:

“Tra la società capitalistica e la società comunistica vi è il periodo della trasformazione rivoluzionaria dell’una nell’altra. Ad esso corrisponde anche un periodo politico di transizione, il cui stato non può essere altro che la dittatura rivoluzionaria del proletariato.”
(Critica al programma di Gotha)

Marx propone dunque un’idea di Stato che rappresenta solo una dimensione storica di transizione, verso il superamento dello Stato stesso. Egli vuole arrivare a teorizzare quella forma di comunismo autentico, basato sulla totale abolizione della proprietà privata, distinguendolo da quello “rozzo” che invece estende la proprietà privata a tutti. L’uomo del comunismo non deve più essere l’homo oeconomicus, ossessionato dall’avere, ma l’homo novus, capace di intrattenere un rapporto poliedrico con la realtà e con gli altri:

“In una fase più elevata della società comunista, dopo che è scomparsa la subordinazione asservitrice degli individui alla divisione del lavoro, e quindi anche il contrasto fra lavoro intellettuale e fisico; dopo che il lavoro non è divenuto soltanto mezzo di vita, ma anche il primo bisogno della vita; dopo che con lo sviluppo onnilaterale degli individui sono cresciute anche le forze produttive e tutte le sorgenti della ricchezza collettiva scorrono in tutta la loro pienezza, solo allora l’angusto orizzonte giuridico borghese può essere superato, e la società può scrivere sulle sue bandiere: Ognuno secondo le sue capacità; a ognuno secondo i suoi bisogni.”
(Critica del programma di Gotha)

Ecco profilarsi l’attesa società comunista: senza divisione del lavoro, senza proprietà privata, senza classi, senza sfruttamento, senza miseria, senza divisioni fra gli uomini e senza Stato.
Quale differenza con il sanguinario PolPot? La formazione di Saloth Sar avviene in Francia, presso una delle Università più prestigiose della Capitale francese. Lì entra in contatto con circoli culturali socialisti dove inizia ad apprendere le prime nozioni ed a rendersi protagonista di non facili dibattiti. La sua origine orientale e la sua cultura prevalentemente improntata su di una società arcaica non permettono la piena adesione al mondo occidentale. Quando ritorna in madrepatria, PolPot non fa altro che iniziare un programma come risposta, come sfida, come alternativa all’Occidente. Era stato in Francia e sapeva cos’era l’Occidente in quegli anni, 1953. Una continua tensione tra le forze imperialiste, come le definisce Paul Sweezy, e le forze anticapitaliste. La sua formazione culturale sul socialismo oscilla tra l’estrema realtà e la ferocia dei dittatori comunisti. E’ stato allievo di J.P. Sartre ed e stato per un anno insieme ai marxisti del Maresciallo Tito. Tra le prime “operazioni” che il dittatore cambogiano compie, figurano la formazione di una milizia che sventola le bandiere del comunismo cambogiano: i Khmer rossi; la piena soppressione di ogni logica di proprietà privata; la distruzione dei centri urbani per preferire la campagna; la soppressione della moneta. Quale logica dietro tutto ciò? PolPot sosteneva che per abbattere definitivamente la proprietà privata bisognava minare ogni sistema che permettesse anche il semplice pensiero di essa (memorabile è una sua dichiarazione dove sosteneva che per abbattere la proprietà bisogna distruggere anche il modo di pensare dell’uomo, dunque i pensieri, bisognava cancellare dalla mente l’espressione “questo è mio”). La città andava distrutta perché favoriva la creazione di mercati e quindi di valori di scambio. La moneta altrettanto perché permetteva al singolo di espropriare di qualsiasi bene il prossimo. La campagna rappresentava la forma di isolamento dell’uomo che, non potendo interagire a pieno con tutti, non favoriva il complotto e concentrava le sue forze solo sul lavoro: I frutti del lavoro dovevano essere restituiti allo stato e trattenere per sé solo il minimo vitale. Lo Stato era il punto di arrivo e di inizio della società cambogiana istituita da PolPot. Ricollegandoci alla concezione di stato di Marx esposta pocanzi, notiamo notevoli dissonanze. Non superiamo lo Stato, ma lo rafforziamo fino a schiacciare la società stessa. Nella “Discussione sulla questione del libero scambio” del 1848, Marx espone quanto segue:

“L’abolizione delle leggi sui cereali in Inghilterra è il più grande trionfo che il libero scambio abbia riportato nel XIX secolo. In tutti i paesi quando i produttori parlano di libero scambio essi si riferiscono principalmente allo scambio di cereali e materie prime in generale. Colpire con dazi protettivi i cereali stranieri è infame e significa speculare sulla fame dei popoli. […]In generale però, ai nostri giorni, il sistema protezionista è conservatore, mentre il sistema del libero scambio è distruttivo. Esso distrugge le antiche nazionalità e porta all’estremo l’antagonismo tra borghesia e proletariato. In una parola, il sistema della libertà di commercio accelera la rivoluzione sociale. Ed è sotto questo profilo rivoluzionario che io voto in favore del libero scambio.”

Da questo estratto possiamo fare diverse annotazioni. La prima è che Marx rispetta il suo pensiero politico, ovvero quello di liberare l’uomo dalla schiavitù dello stato e di liberare il suo lavoro dall’imposizione. La seconda annotazione ci apre gli occhi su un aspetto di Marx che è stato spesso sottovalutato dai diversi pensatori comunisti: oltre all’ideale dell’Internazionale, Marx apre gli occhi sulla globalizzazione e sul libero scambio come rete che colleghi i popoli in solidarietà. E questo riflette il perché il filosofo di Treviri inciti la rivoluzione nell’Occidente, poiché lì v’era allocata ricchezza sufficiente per “finanziare” la svolta storica. Marx è coerente soprattutto con la X tesi su Feuerbach: il punto di vista del nuovo materialismo è la società umana, o l’umanità socializzata. Marx ha sempre compreso, come scrive l’autorevole P. Sweezy, l’importanza cruciale della struttura internazionale del capitalismo, ma lo schema del Capitale e forse ancor di più la sua morte prima del completamento dell’opera, hanno dato origine alla diffusa opinione che Marx abbia considerato di secondaria importanza il carattere internazionale del sistema capitalistico. Ha dato la sua importanza a tale fenomeno perché ha tentato attraverso l’internazionalizzazione del comunismo di dare una riposta a chi sosteneva il socialismo di bandiera. Il capitalismo internazionale era l’insieme dei capitalismi nazionali che attraverso una grande spesa civile e soprattutto spesa militare difendeva i propri primati e possedimenti. Tale tesi vale per l’impero inglese, spagnolo, portoghese e tutte le forze europee che hanno dominato la scena geopolitica intercontinentale. La logica che teneva insieme i capitalismi nazionali era gerarchica e permetteva in qualche modo alle società supreme di controllare le società intermedie fino alle società totalmente sfruttate. Queste ultime o lasciavano decorrere il processo di sfruttamento o rispondevano con una rivoluzione “pseudo comunista” mischiando il pensiero volgare di un comunismo decaduto al tribalismo locale (i comunismi africani ne sono l’esempio. Non hanno mai superato la fase del comunismo primitivo, del “mettere in comune”). Invece come poteva il comunismo internazionalizzarsi dopo la morte di Marx? In nessun modo. Lenin, che dal canto suo si era concentrato solo sul superamento del capitalismo e mai a spezzare definitivamente la divisione del lavoro tanto criticata da Marx, aveva riposto il destino della Russia nelle mani di un grande internazionalista come Trocky. Ma Stalin, che spezza definitivamente il sogno di un comunismo russo che si aprisse all’Occidente continuando il cammino della rivoluzione, procedeva verso l’orientalizzazione del comunismo tanto da diventare realtà politica come esempio, insieme alla Cina, di “società idraulica”. Wittfogel le definì così per spiegare cosa accadeva nelle società, e soprattutto in quelle realtà, dove i corsi d’acqua per l’irrigazione venivano gestite dallo Stato in quanto il singolo era incapace alla gestione del proprio raccolto.

Marx ha impegnato la sua vita a tentare di superare lo Stato. I comunismi reali hanno impegnato tutte le loro forze per assediare il potere del controllo e sopprimere il sogno liberatorio di Marx.
Come conservare Marx, lontano dai populismi volgari dell’antistato?
La Critica del Programma di Gotha rappresenta la vera essenza del marxismo e la sua riflessione sul fallimento di coordinazione tra le varie forze politiche dell’Internazionale. E’ un documento basato su una lettera di Karl Marx scritta nel maggio del 1875 alla fazione Eisenach del movimento socialdemocratico della Germania, con cui Marx e Friedrich Engels erano in stretto contatto. Era in atto il congresso SAP. (il partito socialdemocratico tedesco degli operai)
In tale saggio Marx rivolge una critica al piano d’azione proposto dal partito operaio tedesco per il programma di Gotha. Le principali critiche di Marx al programma sono principalmente rivolte alle posizioni lassalliane dello stesso (Lassalle non abbandonò l’ideale nazionalista, che minava il pensiero filo-internazionalista, per aderire pienamente al marxismo trovano in Bismark la vera essenza del cambiamento). Si tratta inoltre dell’unico testo in cui Marx cita la dittatura del proletariato come primo periodo della rivoluzione, dittatorio per la necessità di difendere quest’ultima. Nello stesso, tra le altre cose, criticava la tendenza a considerare i lavoratori solamente come “tali”, tutti uguali, senza considerare le loro diversità in quanto individui ed esseri umani. A questo proposito vi è nel testo una critica ad un articolo del programma che vorrebbe retribuire i lavoratori nell’ambito di uno stato socialista secondo ciò che essi producono, ovvero secondo parametri capitalistici, mentre Marx sostiene che a ognuno si debba dare “secondo il suo bisogno”.

Giovanni Piglialarmi

Che cos’è l’identità nazionale per un filologo?

di Walter De Rosa
Che cos’è l’identità nazionale? La più grande menzogna che l’uomo abbia potuto inventare. Non esiste un identità nazionale, concepita come un unico lenzuolo che avvolge singole popolazioni che si riconoscono ognuna sotto una comune definizione, differente l’una dall’altra. Non esistono gli italiani, i francesi, i tedeschi, gli inglesi. Non sussiste una nazionalità in natura, mettiamocelo in testa una volta per tutte. C’è soltanto necessità degli uomini a darsi un nome, a seconda della medesima lingua, dei costumi, degli usi, e di religioni comuni. Si ragiona cosi in altri termini. Se cento uomini parlano un’ idioma indoeuropeo, allora possono essere ellenici ; se scrivono in lineare B sono micenei; se fanno i geroglifici sono egiziani; se sacrificano un’agnella quando una concubina tocca l’altare di Giunione, allora si è romani poiché direttiva delle “leges duodecerim tabularum” e cosi via. Ma nessun uomo nasce greco, miceneo o egiziano di per sé soltanto perché nasce nel Peloponneso, nell’Argolide o a Kefren. Lo “ius soli” è un invenzione dei giuristi latini, un’invenzione ahimè necessaria per conferire a un neonato un colore socio-politico. Il razzismo si genera allorché nasce il concetto di identità nazionale, è indubbio. Furono proprio i romani tra i primi a praticare le prime forme di discriminazione razziale. Ius civile e Ius honararium, la prima grande differenzazione di razza. I cittadini romani avevano una giurisdizione, gli stranieri un’altra. Razzismo giuridico. Peggio ancora i greci. Quando Omero nel VIII sec. a. C. parlò di Ελληνikòi puri distinguendoli dai Cretesi, definiti gente fallace, compì un atto discriminatorio. Il mondo cicladico guardato con disprezzo dal mondo elladico, Creta contro Peloponneso. La stessa sfida impostata da Roma contro i barbàroi, romanità contro realtà Unne o Vandale. Si crea una lotta tra identità nazionale, quella di Roma caput mundi, e quella tribale dei barbari. Ma gli stessi latini dell’ “aetas vetus” del leggendario Romolo, che evemeristicamente potremmo dire vissuto realmente, paisianamente leggendario re, si autoconsideravano Quirites operando già una differenzazione all’interno di una stessa “romanitas” (quella che chiameremo gerarchia o assiologia sociale) tra patrizi e plebs. Possiamo quindi asserire che v’è un discrimine locale nel discrimine totale, causa di quell’apartheid che divenne famosa nell’età della guerra fredda novecentesca. Ecco poi la provocazione. Perché parliamo di società greco-romana? Una risposta l’aveva data nel ventennio fascista Ettore Pais quando parla di una continuità temporale-culturale tra Siracusa corinzia e Roma. Ma si può sostenere che si afferma un’identità doppia ellenico-latina? Da studente di filologia classica risponderei positivamente, se fossi un giurista negativamente. Nell’Italia ottocentesca, in pieno risorgimento, poi , un concetto di unità si fece strada nelle file di coloro che avvertirono l’esigenza di un rafforzamento istituzionale. Vennero fuori Parlamento e ministeri a cui, per la prima volta, si poteva giustapporre l’aggettivo “italiano”. Insomma nel 1861 assieme all’Italia, nasce l’italianità, e mi assumo tutte le responsabilità dinanzi a quei d’azegliani che postano la genesi dello scivionistico senso di nazionalità a un’Italia unita. Fare l’Italia è stata la più scellerata decisione che si poteva prendere. Invece di unire le forze, si unirono i problemi, da cui tuttora non siamo venuti fuori. Ma è stato fondamentale tuttavia originare l’idea di Stato italiano, sotto cui finalmente almeno gli intellettuali potevano collocarsi. Intanto però rimaneva l’eredità di una “Magna Grecia” che aveva commisto cultura italiota e pre-italiana. Altro aspetto esecrabile è senza dubbio quello della discendenza. I leghisti del nord che si illudono di una fantomatica genealogia celtica; i leghisti del sud di una pseudo prosapia sannitica. Non può essere storicamente e filologicamente accettata la teoria della discendenza avita e ancestrale da popoli antichi. Tutte ideazioni romantiche o modernistiche. In fondo la verità sta nel valutare storicamente l’importanza di un’identità: serve o non serve affinchè uno Stato si riconosca in quanto tale? All’inizio del discorso si è detto che il concetto identitario fosse una elucubrazione non rispecchiante il corso della natura. Gli uomini, nel momento in cui si aggregano , si identificano. Non si viene alla luce con una prefissata nazionalità, o almeno così dovrebbe accadere. Fatto sta che il mondo ha bisogno di questa catalogazione delle genti, inevitabilmente utile al fine di un assestamento socio-politico. Da qui la ripresa nel diritto e nella società dello “ius soli”.